
“Io sono figlia del postmoderno”, ha proseguito l’archistar nel suo appassionante seminario dal titolo Blurring boundaries – Interconnesioni tra progetto di product design e architettura. Confini culturali tra integrazione, sovrapposizione e rispetto identitario. “Ho studiato architettura negli anni in cui trionfava l’idea della libertà del progetto. Era meraviglioso avere professori che ti insegnavano questo. A Milano poi ho trovato Castiglioni e Magistretto. Moderni, trasversali: rigorosi ma con ironia. Dei sempreverdi che non si sono mai accasciati. Così tuttora io mi muovo in ogni spettro dell’architettura e del design, mantenendo questa mia libertà”.
L’architetto spagnolo ha poi trasportato il pubblico, davvero numeroso, in un viaggio nel suo modo di lavorare e di concepire l’architettura, aiutandosi con immagini evocative di oggetti e ambienti che l’hanno ispirata, alcuni dei suoi progetti e prototipi più originali e momenti di lavoro con i suoi collaboratori.
“La mia vita professionale ha a che fare con chi produce, con chi vende. E col domestico”, ha affermato Urquiola. “Noi designer siamo profondamente legati all’industria. È importante capire che non lavoriamo solo per la nicchia. Molti di questi prodotti entrano nel mercato e vengono vissuti dalle persone”.
Altro elemento fondamentale della poetica e della creatività di Patricia Urquiola è quello dell’inesplorato e del riutilizzo, con un occhio alla sostenibilità: “Lavoriamo per dare alle cose nuova vita. Mi interessano le cose che non si usano più, quelle buttate. Mi piace portare a casa, riutilizzare. E dare nuovi altri punti di vista sui materiali, anche mischiando, come il micromosaico fatto con vetro di scarto, riciclato”. Materiali innovativi, quindi, con meno smalto, meno acqua. E uso dei materiali non per una sola funzione ma molte.
Al centro c’è il concetto di curabilità: “Un fattore che dipende dal modo in cui si produce, ed è anche legata alla qualità emozionali delle cose, alla loro storia a coloro che le hanno vissute, amate, scambiate. Così l’oggetto ha il suo ciclo di vita, ma al termine si può anche scorporare e ogni pezzo tornare a nuova vita”.
Un processo creativo lungo e articolato. “Per ogni progetto ci vogliono quattro anni, ma alla fine non è detto che il prototipo venga realizzato”.
Chi è Patricia Urquiola.
Nata a Oviedo, nelle Asturie, ha frequentato la facoltà di architettura al Politecnico di Madrid e, successivamente, il Politecnico di Milano, dove si è laureata nel 1989 con Achille Castiglioni. Da allora Patricia Urquiola vive e lavora a Milano, dove si è formata professionalmente a partire dagli insegnamenti di Bruno Munari, tra i padri della scuola milanese. Dal 1990 al 1992 è assistente di Eugenio Bettinelli e di Achille Castiglioni al corso di design industriale del Politecnico di Milano e all’E.N.S.C.I. di Parigi. Nel 1998 inizia a lavorare con Moroso, per il quale progetta una nuova concezione del “sedersi” con componenti interscambiabili per un ambiente di soggiorno veramente modificabile. Nel 2001 apre a Milano un proprio studio di progettazione dove si occupa di design, allestimenti e architettura. Come designer collabora con decine di aziende, tra cui Agape, Alessi, B&B Italia, Driade, Flos, Foscarini, Kartell, Molteni, Rosenthal. Alcuni dei suoi prodotti sono esposti nelle collezioni permanenti del MoMA di New York e di altri musei. Tra i suoi progetti più recenti: il Mandarin Oriental Hotel a Barcellona, il W Resort & Spa a Vieques (Porto Rico), i negozi di Gianvito Rossi, gli showroom di Flos e Moroso a Londra e l’allestimento generale del Padiglione Spadolini a Pitti Uomo 2010, a Firenze.
È stata premiata Designer of the Year dalle riviste Wallpaper e Elle Deco, e Designer of the Decennium 2000-2010 dalle riviste tedesche Home e Häuser. Ha ricevuto, inoltre, il Red Dot Award e il Chicago Athenaeum Good Design Awards. Mostre personali sul suo lavoro sono state esposte nei musei di tutto il mondo.

