
Le indagini archeologiche effettuate alla fine degli anni ’90 del secolo scorso per la costruzione Polo Onco-ematologico dell’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia avevano già intercettato alcune strutture idrauliche riferibili all’età romana. Strutture analoghe, formate da due tubuli di terracotta paralleli tra loro, sono state trovate anche durante le indagini preventive effettuate nella primavera 2010 (ai sensi del Codice degli Appalti, D.Lgs 163/2006, art. 96) prima dell’apertura di un nuovo cantiere del medesimo polo.
In virtù di questi ritrovamenti e sulla base di prescrizioni a suo tempo impartite da questa Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, l’avvio del nuovo cantiere doveva essere preceduto dall’indagine archeologica integrale del manufatto, al fine di verificarne l’estensione e il grado di conservazione, e di garantirne un’adeguata documentazione, sia ai fini della tutela che della valorizzazione.
Nel 2011 la Cooperativa ARS/Archeosistemi ha iniziato le verifiche preventive sotto la Direzione Scientifica della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, nella persona dell’archeologo Marco Podini. Le conferme non si sono fatte attendere: poco prima di Natale, le indagini hanno individuato l’acquedotto già visto a suo tempo.

Il dato certamente interessante è rappresentato dal fatto che già nel 1888, Giovanni Bandieri, all’epoca Conservatore del Civico Museo, aveva rinvenuto in un settore poco più a sud-est della città una struttura del tutto identica, incluso il relativo pozzetto di ispezione. Considerato l’orientamento della struttura emersa e le dimensioni degli elementi fittili (del tutto identiche a quelle riportate dal Bandieri) è plausibile che possa trattarsi del medesimo acquedotto.
I due acquedotti, verosimilmente riferibili alla prima età imperiale romana (fine I sec. a.C. – I sec. d.C., al più tardi inizi del II secolo anche se, per una datazione più precisa, confidiamo nelle ulteriori informazioni che verranno dal prosieguo degli scavi), ci consentono comunque di formulare alcune osservazioni di carattere generale anche se del tutto preliminari.
In primo luogo, considerato che si tratta di strutture di portata limita e in terracotta (pertanto meno resistenti alla pressione dell’acqua rispetto ad esempio a condutture in piombo o a vere e proprie strutture in muratura), in entrambi i casi non può trattarsi dell’acquedotto principale di Regium Lepidi. Verosimilmente gli impianti in questione erano destinati a servire edifici privati a carattere residenziale, fontane di giardini o piccole terme ecc.

Il materiale archeologico recuperato durante gli scavi andrà in parte nei depositi e in parte presso ai Musei Civici di Reggio Emilia.
Data l’importanza dei manufatti e l’interesse suscitato dal loro rinvenimento, stiamo già lavorando a un progetto di valorizzazione. Trattandosi di strutture in terracotta facilmente asportabili, stiamo pensando di rimuoverle e ricollocare una porzione di entrambi gli impianti all’interno dei Musei Civici. Al momento stiamo valutando gli spazi e le modalità di recupero, ma l’intento è certamente di renderli fruibili, dopo adeguato restauro, in uno spazio espositivo ad hoc e attraverso una pubblicazione che ne racconti la storia.
Quanto alla preoccupazione principale dei media e dei cittadini reggiani (un ritardo nell’esecuzione dei lavori di costruzione del nuovo centro onco-ematologico) vorremmo rasserenare gli animi. È evidente che i lavori subiranno un lieve rallentamento ma nulla che non fosse già ampiamente previsto, considerato che già si sapeva dell’esistenza di uno dei due acquedotti; oltre a ciò, dobbiamo sottolineare che, a parte il nuovo acquedotto, non sono state trovate altre strutture ma solo canali e fosse, peraltro già scavate.
Salvo sorprese eclatanti, quindi, riteniamo di concludere le indagini archeologiche entro un paio di mesi, al massimo tre, considerando anche i tempi necessari allo smontaggio e ricollocazione dei pezzi all’interno dei Musei Civici.

