
“A nostro avviso – prosegue Luppi – sono tre gli aspetti che occorre tenere in debito conto: il fabbisogno professionale del tessuto economico locale; il cosiddetto ‘skills mismatch’ ovvero il divario fra le competenze degli aspiranti lavoratori e quelle richieste dalle aziende; il punto di vista delle imprese e quello dei giovani e delle famiglie. Oltre il 98% delle imprese modenesi e reggiane sono micro o piccole che esprimono un fabbisogno estremamente diffuso sul territorio. Le principali professionalità ricercate sono soprattutto in ambito tecnico/scientifico, sia come qualità che come quantità, a Modena, ad esempio, sono richiesti in particolare ingegneri, tecnici di produzione, disegnatori industriali e informatici, sia analisti che programmatori, mentre a Reggio Emilia ingegneri, tecnici di produzione e saldatori”.
Il presidente Lapam prosegue l’analisi: “Tutti possono leggere e verificare le offerte di lavoro sui quotidiani o fermarsi davanti alle vetrine delle società di ricerca di personale e somministrazione lavoro e trovare conferma alle nostre parole. D’altra parte la grande concentrazione di imprese meccaniche sul territorio modenese e reggiano (rispettivamente ben 3.492 e 2.852), la loro diffusione in tanti differenti comuni, le loro specializzazioni produttive e le loro eccellenze in innovazione ed export, rappresentano una continuità economica e sociale per la nostra provincia e una solida prospettiva di lavoro e carriera professionale. Infine è bene ricordare che per le imprese le risorse umane giovani e preparate sono un importante fattore di produzione; il loro disallineamento o la loro carenza rappresenta un deficit e una minaccia. La scelta che si apprestano a fare le ragazze e i ragazzi, dunque, non è soltanto quella di una scuola, ma quella di aprirsi al futuro anche in chiave occupazionale. La disoccupazione giovanile a Modena sta calando (ora è al 13,4% dopo il picco del 38,6% del 2014) e a Reggio Emilia sta gradualmente calando ma è ancora alta (ora è al 24,7% dopo il picco del 33,5% del 2014), ma va comunque tenuta in conto. La scelta della scuola – conclude Luppi – è dunque strategica: non vi sono scuole di ‘serie A’ e altre di ‘serie B’ quando si parla di occupazione futura, i tre grandi settori in cui sono divise le superiori (professionali, tecnici e licei) hanno pari dignità. E per scegliere occorre tenere in mente anche quello che si intende fare da grandi”.

