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Martiri del 7 Luglio 1960, il sindaco di Reggio Emilia, Vecchi per il 60° Anniversario dei Ragazzi con le Magliette a strisce

Il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, ha partecipato ieri sera – insieme con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e con il giornalista e scrittore Ezio Mauro – alla Celebrazione del 60°Anniversario dei Martiri del 7 Luglio 1960.

Di seguito l’intervento del sindaco:

“Ogni anno il 7 Luglio ci ritroviamo qui, in questa piazza che porta i nomi dei nostri Martiri del 1960. Ogni anno sembra la prima volta, per la carica di emozione che questo intervento commemorativo porta con sé. Ricordiamo un passaggio storico, simbolico, imprescindibile, che ha forgiato, come scritto nella pietra, l’identità di un popolo e di una comunità.

Siamo qui a ricordare cinque ragazzi – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli – caduti in difesa dei diritti, della libertà e della democrazia.

In celebrazioni come questa si fanno i conti con il senso e il significato della memoria. Credo che nella storia di questa città vi siano pochi altri momenti, fra i quali il 25 Aprile, in cui la memoria appartiene, oltre che ai familiari, all’intera comunità. Questo significato della memoria, come consapevolezza e responsabilità verso la nostra storia, non va data per scontata.

Sono passati 60 anni e abbiamo portato sin qui una città, la nostra città, e una comunità, la nostra comunità, che non hanno mai voluto tradire i valori e i principi che i ragazzi dalle magliette a strisce, 60 anni fa, volevano portare avanti per il bene comune dell’intero Paese.

C’è una verità giudiziaria, di cui tanto si è discusso e che ci si aspettava potesse trovare un inequivocabile pronunciamento in un naturale percorso processuale, nell’ambito dello stato di diritto. Questa domanda di verità non ha mai trovato la dovuta e necessaria risposta.

Credo che in una democrazia, anche a distanza di ormai tanto tempo da quanto accaduto, in uno stato di diritto non ci potrà mai essere ragion di stato che possa negate tanto ai familiari, quanto a un’intera comunità che in quella vicenda si riconosce, quel bisogno di verità che non è mai stato compiutamente segnato. Quel bisogno di verità che richiedeva al capacità dello Stato di assumersi la responsabilità non soltanto politica, ma anche coerente e conseguente sul piano giudiziario, di quella tragedia consumata su questa piazza.

Credo ci sia invece una verità storica e politica, che nessuno può tentare di mettere in discussione. Perché la verità politica dei fatti del 7 Luglio 1960 sta scritta nella storia di quei cinque ragazzi, nella tragedia delle rispettive famiglie, nella consapevolezza e nella memoria collettiva dell’intera città e della nostra comunità, sta scritta in tutti coloro che hanno colto in quel passaggio della storia del Paese un crocevia della storia della nostra democrazia e della nostra Repubblica.

E’ frequente il tentativo di riscrivere la storia. Questo può essere fisiologico nel dibattito fra gli storici. Ma la tentazione di riscrivere la storia politica, cioè il significato di quei giorni, accreditando l’idea che quei ragazzi provocarono le forze dell’ordine, è una tentazione che va rimessa al suo posto. Quando questa tentazione arriva da speculazioni di destra, può far parte dello scontro politico. E’ sconsolante invece, quando taluni esponenti con biografia di sinistra, provano a riscrivere la storia di quei giorni e di quei fatti.

Ma questa storia è scritta molto chiaramente nelle Pietre d’inciampo sulla piazza. Quel giorno ci fu chi scelse di stare dalla parte giusta della storia. E ci fu, ahimè lo Stato, che scelse di stare dalla parte sbagliata della storia. Quel giorno lo Stato sparò a se stesso.

Quando un Paese affronta e supera vicende come queste, credo che sarebbe colpevole se venisse perso lungo strada il dovere della memoria, della riflessione sul significato di queste stesse vicende.

Quei ragazzi del 7 Luglio erano giovani, lavoratori per lo più operai ed erano anzitutto antifascisti.

L’essere giovani non era un caso. Era il 1960, l’Italia aveva quasi compiuto la ricostruzione materiale dopo la guerra, entrava nel boom economico, era collocata in un contesto mondiale di grande fervore e crescita.

Ma quei giovani nelle piazze interpretavano in modo sincero e autentico un bisogno di maggiore libertà, di maggiori diritti anche e soprattutto nei luoghi di lavoro, interpretavano una visione progressiva della persona, un bisogno di espansione qualitativa e quantitativa dei confini della democrazia. Questa era la ragione di fondo per cui quei giovani erano in piazza.

Erano lavoratori, operai, a testimonianza di come quell’esperienza collettiva del movimento operaio di quegli anni, uscita da poco dalla tragedia della guerra, dall’occupazione nazifascista e dalla dittatura, trovava anche e soprattutto nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche le ragioni di una discussione politica, di una mobilitazione e anche di una conflittualità sociale funzionale a far fare passi avanti alla democrazia italiana.

E, quei ragazzi in piazza, erano antifascisti. Di quell’antifascismo che voleva testimoniare l’opposizione al ritorno al passato, al rigurgito autoritario e voleva manifestare un bisogno di libertà, contro la tentazione poi concretizzatasi nella piazza dell’esercizio dell’autorità e della violenza politica per reprimere quelle istanze.

Non dobbiamo perdere di vista la spinta autentica che animò quei ragazzi, perché negli anni Sessanta e in altri momenti successivi, a quelle spinte di democrazia, libertà e crescita della comunità democratica, ha sempre fato da contraltare la fragilità istituzionale, la difficoltà a fare i conti con i principi di fondo della Costituzione, a fare i conti con il senso e il significato del fascismo.

In questa dialettica, di tensione e contrapposizione constante tra bisogni di liberà e democrazia e tentazioni neo-autoritarie, c’è un pezzo fondamentale e imprescindibile della storia del nostro Paese e della nostra Repubblica democratica.

Quest’anno ricordiamo i 60 anni del 7 Luglio. Ma sono anche i 40 anni della strage di Bologna, di Ustica. Questo è il Paese in cui lo stragismo, il terrorismo, la strategia della tensione sono stati utili e funzionali in determinati momenti storici per reprimere e spegnere sul nascere slanci di progresso e bisogni di emancipazione. Questo resta ancora un Paese in cui, non solo per il 7 Luglio, ma per tante altre vicende, abbiamo tanti morti sulle lapidi e pochi colpevoli nei tribunali di giustizia.

Il 7 Luglio ci lascia un’eredità, è compito di ognuno di noi comprenderla. Credo vi siano almeno due grandi significati che noi, come città, non dobbiamo perdere.

Il primo significato è la consapevolezza che quel passaggio storico della nostra città ha contribuito a plasmare l’identità stessa del nostro modo di interpretare la libertà, la democrazia, un’idea di comunità, un senso di appartenenza e un’idea di cittadinanza. Un percorso che ha fatto si che la città fosse quella di oggi, nei quei principi e valori di riferimento. Un percorso che attraversa il Risorgimento, l’Antifascismo, la Resistenza, la Liberazione; il contributo alla Costituzione, le spinte dei grandi movimenti democratici delle donne, degli operai, dei giovani nel Novecento. Attraversa i momenti politicamente più significativi della storia di questo Paese, che non di rado sono passati da Reggio Emilia. Il 7 Luglio è uno di questi. Noi oggi non saremmo questa città, non saremmo questa comunità, non avremmo una nostra gerarchia di valori nel regolare la nostra convivenza civile, come patto di comunità, se non avessimo fatto i conti fino in fondo in questi 60 anni con il senso e il significato profondo di quella storia del 7 Luglio 1960.

Il secondo significato che credo dobbiamo tenere presente, è che anche nell’epoca contemporanea, il 2020 di oggi, la democrazia, seppure con una sua maturazione e consolidamento, mantiene ancora livelli di fragilità istituzionale e valoriale che non possiamo certamente derubricare e non considerare nel loro giusto significato.

Il 7 Luglio di un anno fa, lo ricordo, eravamo qui anche per dire che non condividevamo il fatto che un governo del nostro Paese non volesse fare sbarcare in un nostro porto una nave piena di migranti e li tenesse a qualche centinaio di metri dalla costa, senza nemmeno portare loro un bicchiere d’acqua. Sembra passato un secolo, ma un anno fa eravamo lì, a quel punto. Sembra passato un secolo alla luce di tutto quanto è accaduto in questi mesi. Non vorrei però dimenticare che, soltanto nell’autunno scorso, quella cultura dell’odio, che attraversava buona parte dell’Europa e del mondo occidentale, ha portato nel nostro Paese all’imbarazzante situazione di una senatrice a vita, reduce di Auschwitz, costretta a vivere sotto scorta. Questa città ha scelto di conferire a Liliana Segre la Cittadinanza onoraria. Non abbiamo potuto celebrare questa decisione del Consiglio comunale, come era previsto nel marzo scorso, perché nel frattempo era iniziata l’emergenza sanitaria. Resta certamente un impegno della città, non solo verso Liliana Segre, ma anche verso la coerenza ai valori e al senso della nostra storia.

E’ sufficiente guardare nel mondo, magari passando dagli Stati Uniti d’America, per vedere come ogni giorno bisogni di emancipazione, libertà, riconoscimento più alto della dignità della persona facciano i conti con la tentazione all’uso della violenza politica, all’uso del rigurgito neo-autoritario, per reprimere quelle istanze, quei bisogni di emancipazione.

Se vogliamo davvero cogliere l’eredità del 7 Luglio, essa sta scritta in modo chiaro e inequivocabile nei 12 Articoli fondamentali della Costituzione italiana. Diamo coerente conseguenza ai quei 12 Articoli, a quella bella Costituzione, e credo che sarà l’omaggio e la riconoscenza più alta, che la nostra città può e deve continuare a tributare ai ragazzi con le magliette a strisce”.