
Queste cellule sono quelle deputate ad agire in prima linea nelle infezioni virali, perché sono capaci di attaccare le cellule infettate da un virus e bloccare la sua produzione. Il lavoro, portato avanti in collaborazione con uno dei più importanti centri di ricerca europei, il Cancer Center di Amsterdam, con Pia Kvistborg, Ton Schumacher e Anastasia Gangaev, ha perciò dimostrato che la risposta immunitaria dei pazienti con COVID-19 non solo è diretta contro la ben nota proteina Spike, ma anche contro regioni del complesso ORF1ab, cioè contro quello che è il precursore di tutte le proteine del virus.
In altre parole, i linfociti citotossici possono riconoscere ed eliminare le cellule infette e inibire l’attività del virus prima che venga formata la proteina Spike, e quindi prima che il virus inizi a replicarsi. Le regioni del virus identificate da questo studio sono quindi un nuovo possibile bersaglio terapeutico.
“Il nostro lavoro è iniziato oltre un anno fa, in aprile, tra molte difficoltà logistiche e tecniche – dice il Prof. Cossarizza (foto)-, ma siamo riusciti ad utilizzare tecniche estremamente complesse, quali la citometria policromatica e il sequenziamento dell’mRNA a livello di singola cellula, e ad analizzare i dati con potenti mezzi bioinformatici. Vorrei ricordare che i nostri esperimenti, che hanno portato alla proficua collaborazione con i colleghi olandesi, sono stati possibili grazie alla generosità di alcune aziende quali in primo luogo la Glem Gas, Gruppo BPER, SanFelice 1893 Banca Popolare, COFIM, Assicuratrice Milanese, quindi i club Rotary del Distretto 2072, il Pierangelo Bertoli Fans club, e di decine e decine di persone, che ringraziamo di cuore”.
I Proff. Girardis, Mussini e Cossarizza, insieme agli specializzandi Sophie Venturelli e Marco Sita avevano appena ottenuto un altro brillante risultato, partecipando al principale studio internazionale sulla genetica dei pazienti con COVID-19 grave, pubblicato qualche settimana fa da Nature, rivista scientifica di massima rilevanza.
“Questo è stato uno sforzo molto rilevante che ha messo insieme numerosissimi ricercatori e medici di tutto il mondo, coordinato in Italia dalla Prof.ssa Alessandra Renieri dell’Ateneo senese – spiega Andrea Cossarizza – e che ha permesso di identificare alcuni dei geni che giocano un ruolo importante nel decorso del COVID-19, soprattutto nella sua forma più severa”.
“I pazienti che hanno un certo assetto di geni legati alla risposta antivirale mostrano un diverso decorso dell’infezione – afferma il prof. Massimo Girardis – e questo significa che possiamo intervenire su quello che è prodotto dai geni identificati, e quindi provare a migliorare le prestazioni della riposta immunitaria”.
“La partecipazione a questo studio e tutti i risultati di numerosi gruppi di ricerca di Unimore che sono stati ottenuti nell’ultimo anno – sottolineano i ricercatori – indicano non solo la qualità della ricerca clinica e traslazionale del nostro Ateneo, ma sono anche stati possibili grazie all’altissimo livello della assistenza garantita dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena”.
Queste scoperte e le relative implicazioni per la ricerca, la clinica e la produzione di vaccini di nuova generazione hanno riscosso un grandissimo interesse a livello internazionale. Per questo motivo, il Prof. Cossarizza terrà un webinar, organizzato dalla rivista scientifica Nature, il 20 maggio alle ore 17.00, in cui saranno presentati e discussi in anteprima i dati ottenuti dai ricercatori modenesi, inquadrati nell’ottica degli studi più rilevanti degli ultimi mesi. È possibile assistere al webinar, gratuito e aperto a tutti, previa iscrizione al link: https://www.workcast.com/register?cpak=2817992061144211

