La prima Casa della comunità di Reggio Emilia sorgerà nella zona Est della città, a Villa Ospizio, in una porzione dell’ampio lotto un tempo occupato dalla Casa di riposo comunale. Se per il quartiere – circa 15.000 abitanti, e ben di più se si considerano gli altri quartieri popolosi che gravitano attorno – si tratta di un ritorno in quel luogo di importanti servizi pubblici, per la città questo intervento costituisce un’opportunità di innovazione socio-sanitaria e del welfare, di coesione e cura delle persone, di riqualificazione urbana.

La Casa della comunità Est riunirà, in un unico edificio, funzioni pubbliche di primo piano sul territorio: sanitaria, socio-assistenziale e culturale. Le attività sanitarie saranno integrate con quelle sociali e quelle culturali: si tratta di una delle prime sperimentazioni in Italia.

A dare origine e forma alla nuova Casa della comunità Est saranno infatti i servizi sanitari territoriali dell’Ausl con la collocazione della Casa della salute, i servizi sociali territoriali con la nuova sede del Polo sociale Est e i servizi bibliotecari del Comune, con la nuova sede della Biblioteca decentrata di Ospizio (ora in uno spazio provvisorio e un tempo allocata nella stessa area).

Il complesso di queste funzioni pubbliche si svilupperà su circa 2.800 metri quadrati. L’avvio della sua realizzazione è previsto entro il 2024.

Fin qui i contenuti ‘materiali’ della Casa della comunità, che si configura come un hub di servizi e funzioni pubbliche già di per sé nuovo.

 

HANNO DETTO – Il progetto è stato presentato stamani ai media dal sindaco Luca Vecchi, che ha sottolineato come “dopo oltre 20 anni, torna a Ospizio un vero polo di servizi pubblici e si avvia alla rigenerazione un’area divenuta nel tempo una ‘cesura’ urbana, grazie all’aggiornamento del Programma di riqualificazione urbana, di iniziativa pubblica e attuazione privata, che riguarda la stessa area ex casa di riposo.

“Non meno rilevante e anzi di forte contenuto innovativo – ha aggiunto il sindaco – sarà lo ‘stile di vita’ della Casa della comunità dove, grazie all’attività di co-progettazione e partecipazione di cittadini, associazioni, Terzo settore, si potranno sviluppare nuove modalità di assistenza sanitaria e medicina territoriale, di welfare di comunità e di prossimità con attenzione ad esempio a persone non autosufficienti e anziane, e di diffusione culturale e informativa, ad esempio sugli stili di vita più salubri. Salute e Welfare quindi intesi non solo come erogazione di servizi, ma di dialogo, collaborazione e benessere”.

“E’ importante focalizzare il concetto di Salute, che non significa solo servizi, pur fondamentali, legati alla Sanità – ha detto Cristina Marchesi, direttore generale dell’Ausl di Reggio Emilia – La Salute, nella Casa della comunità, si articolerà in un concetto più ampio che abbraccia vari aspetti del benessere della persona. Un benessere dato dall’insieme di stato fisico, relazioni sociali, corretti stili di vita e cultura. Per questo la nuova Casa della comunità è pensata per contenere oltre ai servizi sanitari il polo socio assistenziale, la biblioteca e, quale importante valore aggiunto, i contributi che emergeranno fra quelli espressi dal percorso di co-progettazione. Questo progetto dà un senso di presidio alla comunità e farà da pilota per trasformare le attuali cinque Case della salute presenti sul territorio di Reggio Emilia in Case della comunità”.

“Partiamo da una considerazione politica e culturale: la strada per l’uscita dalle criticità lasciate dal Covid passa per il rinnovo dei legami della comunità – ha sottolineato Daniele Marchi, assessore al Welfare – Il percorso disegnato per la nuova struttura di via Emilia Ospizio ha lo scopo di creare nella comunità una casa, un punto di riferimento e un soggetto in grado di valorizzare le risorse e le competenze della comunità stessa a beneficio di tutti, ancora prima dello spazio fisico sia utilizzabile. Questo è un insegnamento prezioso lasciato dalla pandemia e che non possiamo trascurare. In questa direzione è stato avviato un dialogo di co-programmazione e di co-progettazione che miri a delineare il nuovo modo di fare welfare, per realizzare un ‘investimento di sistema’ e andare oltre le funzioni classiche socio-sanitarie e culturali, per rispondere a nuovi bisogni”.

Elisabetta Negri, direttore del Distretto Ausl di Reggio Emilia e responsabile delle Attività socio-sanitarie dell’Ausl provinciale ha spiegato che “partiamo con questa esperienza innovativa da Ospizio, dove la comunità è particolarmente attiva e con radici profonde, ricca di relazioni e con un valido spirito di prossimità. Nel percorso di co-progettazione, partiremo dal tema della prevenzione e quindi del benessere e dei giusti stili di vita: il prevenire è un tema tipicamente sociale, culturale e sanitario insieme.

“Il Covid – ha concluso Negri – ha messo in risalto con particolare forza la fragilità della non-autosufficienza. Questa è un’ulteriore problematica a cui dare risposte di comunità, con l’immancabile accompagnamento di figure competenti”.

 

COS’È LA CASA DELLA COMUNITÀ – La Casa della comunità vuole diventare la sede privilegiata per la progettazione e l’erogazione di interventi sanitari e di integrazione sociosanitaria in una logica di prossimità, con il coinvolgimento della comunità, la centralità della promozione della salute e della prevenzione.

Gli interventi e servizi di sostegno sociale e psicologico volti a promuovere abitudini e stili di vita che combattano l’isolamento, la marginalizzazione, l’esclusione sociale e civile, la deprivazione relazionale e affettiva, prevengono o ritardano l’insorgere delle malattie nelle persone anziane, determinando benefici in termini di qualità della vita dei cittadini e in un’ottica di prevenzione di situazioni di non autosufficienza.

Non rappresenta quindi solo l’hub di erogazione dei tradizionali servizi socio-sanirtari ma anche un luogo di risposta sociale innovativa coinvolgendo le risorse del territorio e della comunità nel suo insieme. In tale ottica i servizi socio-sanitari sono pensati ed erogati partendo dai bisogni e dalle necessità della comunità perché la salute si genera dove le perone vivono.

 

UNA CASA PER UNA COMUNITÀ CHE SA CREARE – I contenuti ‘immateriali’ della Casa della comunità sono perciò ancor più innovativi, riguardo a un welfare aggiornato, sostenibile e in grado di avvalersi del contributo della collettività. Partendo dal presupposto dei diversi servizi previsti, l’Amministrazione comunale e l’Azienda Usl promuovono – a partire dal 23 febbraio prossimo, ore 15, al padiglione Villa Rossi di via Amendola 2 (complesso San Lazzaro) – un percorso di co-progettazione che coinvolga cittadini, Terzo settore, associazioni, volontariato e gli stessi Comune e Ausl e che miri a delineare i contenuti sociali e di cura comunitaria della nuova Casa.

La Casa della comunità, per essere tale, deve essere ‘creativa’, valorizzare le proprie funzioni e servizi, potenziarli, farli dialogare fra loro e con il contesto sociale e territoriale, liberando energie e creando appunto nuove risposte anche ‘dal basso’ e ‘di rete’ sociale ai bisogni e alla vita delle persone: non solo un ‘nuovo edificio’, ma ancor prima un ‘nuovo modo’ di prendersi carico e cura dei bisogni e delle condizioni di vita delle persone.

Il risultato atteso da questo percorso di progettazione condivisa, fatta di proposte e dialogo, è ambizioso. La Casa della comunità può essere infatti non solo una evoluzione delle attuali Case della salute, ma una trasformazione della medicina di territorio e di comunità, dei servizi sociali estesi a un’ulteriore prossimità e di un modello di diffusione culturale e approccio al sapere e alla bellezza più ampio, costruttivo e arricchente.

In altre parole, la Casa di comunità si vuole porre quale luogo di riferimento di una presa in carico delle persone nella loro diversità e specificità e dei loro bisogni di salute intesi, secondo le parole dell’Organizzazione modiale della Sanità, come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”.

 

UN PROTOCOLLO PER IL VIA – Questa sfida è tutta nero su bianco nel Protocollo di intesa approvato ieri dalla Giunta, stipulato tra Comune, Ausl e Anci-Ifel (Fondazione Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Associazione nazionale Comuni italiani), per l’accompagnamento del percorso di progettazione condivisa delle nuove Case della comunità e nuovo Piano dei servizi socio-sanitari del Distretto di Reggio Emilia 2023-2025 (Piani di Zona). I modelli che potranno scaturire dal percorso di co-progettazione potranno essere assorbiti dalla programmazione socio-sanitaria distrettuale.

Il documento, che crea più in generale le basi per la creazione di un modello di governance del territorio che meglio risponde alle necessita e ai bisogni attuali, impegna i firmatari ad accompagnare anche le altre Case della salute già operative sul territorio a evolversi e riconfigurarsi in Case della comunità.

Il tutto avviene nella più ampia cornice della declinazione locale del nuovo Piano sociale e sanitario della Regione Emilia-Romagna, atteso per la fine del 2023, che comporterà l’impegno dei Comuni e delle Ausl per la redazione dei rispettivi nuovi Piani sociali di Zona, lo strumento principale di programmazione pluriennale del welfare cittadino.

 

LA CASA DI OSPIZIO E LE ALTRE – La Casa della comunità Est di Reggio Emilia e il suo percorso di co-progettazione fanno da ‘apripista’ per le future esperienze in città e in provincia.

L’ipotesi di lavoro è di costituire cinque Case della comunità a Reggio Emilia – via Emilia Ospizio, viale Risorgimento, via Brigata Reggio, viale Umberto I, via Gramsci – e una ventina in provincia, per un totale di 26 Case della comunità.

Le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) possono consentire la realizzazione di 10 Case della comunità: due nel Distretto di Reggio Emilia (viale Risorgimento e via Papa Giovanni ad Albinea); otto nel resto della provincia.

Le Case della comunità rappresentano uno dei principali investimenti della Missione 6 del Pnrr (due miliardi a livello nazionale), volti a potenziare l’anello debole del servizio sanitario nazionale, ovvero la medicina di territorio. La regione Emilia-Romagna – che ad oggi conta 128 Case della salute, pari al 25% delle strutture presenti sul territorio nazionale – anche grazie alle risorse Pnrr punta a raggiungere l’obiettivo di 170 Case della comunità entro il 2030.

L’Ausl di Reggio Emilia può contare su circa 15 milioni di euro dal Pnrr per 10 interventi sul territorio provinciale tra ristrutturazioni e nuove costruzioni. Sul territorio cittadino è prevista la Casa della comunità Centro-Sud e la realizzazione della già programmata Casa della Comunità Est, che avviene nell’ambito del Programma di riqualificazione urbana (Pru) Ex casa di riposo di Ospizio, di iniziativa pubblica e attuazione privata.

Questo Pru includerà fra le funzioni pubbliche, oltre alla nuova Casa della comunità, 20mila metri quadrati di verde pubblico pari a circa il 40% della superficie territoriale con la messa a dimora di oltre 750 alberi nel Parco degli Ippocastani; oltre a funzioni commerciali.

 

LE REGOLE PER PROGETTARE INSIEME – La co-programmazione e la co-progettazione individuate nel Codice del Terzo settore e previste nelle Linee guida sul rapporto tra Pubbliche amministrazioni ed enti del Terzo settore sono delle modalità di relazione tra enti pubblici e Terzo settore ispirate al principio di collaborazione, che prevedono nuovi strumenti e pratiche collaborative.

Si costruiscono progetti specifici da parte di più attori che si interfacciano tra di loro e con il sistema pubblico secondo una logica di condivisione di risorse e obiettivi, per quanto riguarda la co-progettazione, o di politiche, per la co-programmazione.

La co-progettazione è uno strumento capace di promuovere la collaborazione tra i diversi attori dell’ambito sociale e di diversificare i possibili modelli organizzativi e di erogazione dei servizi, consentendo maggiore flessibilità d’azione. Permette di allargare la governance delle politiche sociali locali e corresponsabilizzare i soggetti in campo, migliorando efficienza, efficacia e qualità delle azioni di welfare sociale. In questo modo i servizi possono essere progettati, programmati ed erogati fornendo le adeguate risposte alle diversificate necessità dei cittadini.