Si aggirano intorno ai seicento i pazienti che ogni anno si recano al Policlinico di Modena per seguire e curare i problemi respiratori legati all’asma, di cui un terzo in condizioni di difficile controllo sia clinico che farmacologico. Il dato arriva dalla struttura complessa di Malattia Apparato Respiratorio, diretta dal professor Enrico Clini, docente Unimore, in occasione della Settimana sull’Asma Bronchiale, la cui Giornata Mondiale ricorreva lo scorso 2 maggio.
Si tratta di una malattia infiammatoria cronica delle vie aeree che si stima colpisca a livello mondiale circa il 5% della popolazione, con prevalenza variabile a seconda delle nazioni e della tipologia di rilevamento dei dati. Al Policlinico di Modena afferiscono in particolare i pazienti cosiddetti “di secondo livello”, ovvero quei casi più complessi in cui il livello di gravità ha raggiunto una necessità di cure particolarmente incisiva. All’ambulatorio dell’asma, coordinato dalla professoressa Bianca Beghè, nell’ultimo anno si contano in 165 i pazienti che hanno dovuto ricorrere a terapie sistemiche con nuovi farmaci biologici, a base di anticorpi monoclonali, a causa della inefficacia dei trattamenti convenzionali per via inalatoria. Solo nel corso del 2022 sono stati indicati a questo tipo di terapia avanzata 35 nuovi pazienti. Anche se l’asma grave rappresenta il 5% di tutti i malati di asma bronchiale, l’impatto sulla qualità della vita e sul Sistema Sanitario Nazionale è importante: elevati sono i costi dei farmaci a cui si sommano gli accessi in pronto soccorso e i ricoveri, senza considerare conseguenze indirette come possono essere le assenze dal lavoro.

L’aderenza terapeutica è quindi un elemento fondamentale per i pazienti asmatici. Molte documentazioni nella letteratura scientifica suggeriscono che tenere sotto controllo la malattia ha una efficacia maggiore laddove il paziente viene coinvolto, in termini di conoscenza della patologia e di capacità di autogestione nelle situazioni scorrette o rischiose.

Gli incontri fanno sì che si possano sfatare anche determinati miti legati alla malattia: spiegarli aiuta a creare una relazione empatica con il paziente, in modo da rassicurarlo e fornirgli tanti elementi di conoscenza decisivi per una convivenza “pacifica” con questa malattia cronica. «I pazienti – conclude Beghè – devono essere convinti e rassicurati sulla necessità di proseguire le cure sempre, anche se i sintomi scompaiono. Soltanto questo previene i rischi di riacutizzazione e ospedalizzazione. Cito altre credenze da lasciare da parte: una terapia inalatoria non significa che sia per questo una cura meno efficace; il farmaco di scelta è rappresentato dal cortisone e non dai broncodilatatori che agiscono unicamente sul sintomo, in quanto curare l’infiammazione significa agire sul meccanismo su cui si basa la malattia. Inoltre, l’assunzione di cortisonici non comporta gravi effetti indesiderati come l’aumento di peso corporeo, proprio perché l’utilizzo di una via inalatoria rende minimi o trascurabili gli effetti secondari della cura. Non dimentichiamoci infine di come il fumo possa aggravare l’andamento della malattia».

