
Aldo Busi non ha parlato delle sue opere, perché aveva tanto altro da dire. Ha sparato a zero su tutti, nessuno escluso, a parte sé stesso, che ama definire “misura di tutte le cose”. Busi non è la voce di nessun padrone, e si sente. Non ha paura di dire niente: critica tutti allo stesso modo, sia persone che ricoprono cariche alte e di prestigio sia persone normalissime, come ragazzi e ragazze, uomini e donne, papà e mamme. Busi vede la gente in modo orizzontale, democratico, senza gerarchie e gradini: adora il genere umano e odia le classificazioni.
Ha toccato argomenti pungenti come il sesso, la pedofilia, l’eccessiva influenza della Chiesa in Italia, la doppia vita dei politici, la libertà di pensiero e i diritti della persona. Tutto questo in un monologo di più di un’ora che ha conquistato il pubblico, sia per l’estrema libertà con cui Busi dice ciò che pensa, sia per le sue doti di affabulatore, che riesce ad affascinare e a rapire chi lo ascolta, riuscendo a mixare turpiloquio e vocaboli da Accademia della Crusca in un modo affascinante e assolutamente unico.

