
Quarant’anni fa Einaudi dava alle stampe “Mi richordo anchora” del pittore contadino Pietro Ghizzardi, definito dal critico letterario Angelo Guglielmi «analfabeta ma scrittore». L’opera, che nel 1977 vincerà il Premio Viareggio Répaci, è un’autobiografia sui generis, scritta in un misto tra dialetto padano e lingua sgrammaticata da uno che a scuola è andato poco. Ghizzardi ha ripetuto tre volte la prima elementare.
Pubblicata in origine nella prestigiosa collana «Struzzi Einaudi», l’opera torna ora alla luce grazie alla casa editrice Quodlibet e costituisce un importante documento storico e letterario che alla sua uscita suscitò grande interesse nel panorama culturale italiano. Zavattini fu tra i primi a credere nel suo valore.
Scritto in un dialetto traslitterato in forme vagamente grammaticali italiane, il libro racconta una vita dei campi epicizzata, in cui i piccoli fatti quotidiani si colorano di eroismo. La riedizione nasce dalla volontà della Casa Museo “Pietro Ghizzardi” di celebrare, a trent’anni dalla scomparsa, l’artista, importante esponente della cosiddetta “art brut”. Nato alla Corte Pavesina nel 1906, Ghizzardi nella vita ha fatto il contadino e lo stradino. Verso il 1940, deriso da tutti, comincia a dipingere; riscatto e rifugio di una vita di stenti e sofferenze. L’artista è tra i pittori irregolari più apprezzati e conosciuti anche all’estero.

