
Nel dibattito Serena Bergamini (Pd) ha osservato che, in base ai dati forniti dalla Regione, «l’introduzione dell’aborto farmacologico non interferisce con la consolidata tendenza alla diminuzione dell’interruzione volontaria di gravidanza calata di oltre il 40 per cento negli ultimi trent’anni e in continua diminuzione». «Per prima bisogna sempre rispettare la vita, poi la legge 194» ha affermato Bruno Rinaldi (Pdl) per il quale «pur rispettando la libertà di scelta della donna, non bisogna dimenticare che un figlio ha anche un padre». Secondo Giovanna Bertolini (Pdl) la pillola Ru486 «riduce l’aborto a un evento impalpabile rendendolo una questione privata mentre è importante che l’aborto rimanga una questione sociale sotto il controllo della legge». Esprimendo «rispetto» per l’ordine del giorno dell’Udc, Luca Gozzoli (Pdl) ha definito invece «strumentale» quello del Pdl sostenendo che «se c’è una pratica nuova meno invasiva, semplicemente la si utilizza. Il coinvolgimento della coscienza non è diverso. Tutti i distinguo ci portano sulla strada buona per affossare la 194». Anche per Patrizia Cuzzani (Idv) «è evidente che ci sono ripensamenti sulla 194, anche se i giudizi negativi non sono comprensibili, visto che ha contribuito a far scendere massicciamente il numero di aborti». «Il nostro obiettivo non è mettere in discussione la legge – ha replicato Dante Mazzi (Pdl) – chiediamo solo maggiore chiarezza sull’utilizzo della pillola abortiva, che sappiamo può dare più problemi per la salute delle donne dell’aborto chirurgico, e l’applicazione integrale della 194. Le risposte a tutte le richieste del documento del Pd ci sono già nella legge, solo che non vengono applicate».
Affermando che le linee guida della Regione sono già sufficientemente esaurienti, Cecile Kyenge (Pd) ha detto che «restando nell’ambito delle proprie competenze, la Provincia può sollecitare le aziende sanitarie per incrementare la quantità e qualità del tempo di ascolto che gli specialisti dedicano alle donne», e Monica Brunetti (Pd) ha ribadito che «bisogna garantire che la libera autodeterminazione si realizzi in pieno soprattutto per le categorie più deboli. Nessuno va lasciato solo ma deve essere accompagnato da un’assistenza non solo medica».

